Il tatuaggio

Racconto di Francesca Marzia Esposito

Ai tempi conoscevo solo una persona tatuata: il padre della mia amica. In realtà non era il padre della mia amica ma il patrigno, un uomo piccolo di statura, con qualche discendenza nobile partenopea e una grande abilità nel cucinare. A casa loro cucinava solo lui. Quando mi capitava di mangiare lì, apparecchiavano senza tovaglia, le posate erano d’argento e le pietanze attendevano sul carrello portavivande. Non erano ricchi, ma c’era quest’aria da nobili decaduti che mi faceva sognare. Per esempio: nessuno sparecchiava. Finivamo di mangiare, ci alzavamo da tavola, e la tavola rimaneva così per tutto il pomeriggio, in attesa di una cameriera che però non arrivava mai. Un giorno il non-padre della mia amica ci preparò delle fette di pane tostato imburrate e farcite con salmone affumicato. Le adagiò su un piccolo vassoio prezioso con una certa grazia. Poi ci chiamò e noi, entrando in cucina, lo trovammo in maglietta a maniche corte intento ad affettare la verdura. Invece di andarcene in camera come al solito, io e la mia amica rimanemmo lì, sedute al tavolo di marmo, in un angolo, mentre la gran parte del ripiano era occupata da broccoli, cipolle, sedani, patate eccetera. Mentre affettava, notai sul braccio del non-padre della mia amica, quasi sul bicipite, una macchia verdognola. Allora glielo chiesi: che cos’è? Il non-padre della mia amica posò la mezzaluna accanto alla montagnetta di verdure ridotte a ostie, e sollevò meglio la manica. È un tatuaggio, disse. Ora, per noi, ai tempi, il tatuaggio l’avevano gli ergastolani, o i marinai, quindi, impressionata della cosa gli chiesi: ma come te lo sei fatto? E lui ci raccontò che per alcuni anni aveva lavorato su una barca mercantile e che una volta si era fatto fare quel tatuaggio che stavamo guardando. Disse anche che ne aveva un altro, un drago che sputava fuoco tra le scapole. Ce lo mostrò e poi ritornò ad affettare. La cosa strana è che non ci disse chi effettivamente glielo avesse fatto. Erano anni in cui la maggior parte delle persone non ci pensava a decorarsi la pelle, non esistevano negozi dove poter andare a farsi disegnare un tribale. Il tatuaggio viveva di meccanismi misteriosi, era destinato a pochi, persone fuori dal branco, e non si sapeva mai esattamente come e chi potesse avere il coraggio di inchiostrare la pelle altrui. Così il non-padre della mia amica ci raccontò della vita del porto, dei viaggi in mare aperto, del suo amore per il mare. Mai parlò di aghi e di un qualsiasi tizio pronto a pungergli la pelle. Come se l’importante fosse fare aderire il disegno sulla pelle a un periodo in cui aveva vissuto lontano da casa. Lontano da terra. Il tatuaggio era per lui un catalizzatore di ricordi legati a un posto in cui aveva vissuto, una sorta di piccola memoria esterna a cui affidare parte del passato lontano da casa. I tatuaggi erano ormai sbiaditi sgranati e verdognoli ma non era questo l’importante, la loro funzione la svolgevano perfettamente: recuperare brandelli del passato da riportare tra le mura domestiche: il corpo, appunto.

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7 pensieri su “Il tatuaggio

  1. Per “recuperare brandelli del passato da riportare tra le mura domestiche”. . . questa frase mi ha molto toccato forse perché ho rivisto la stessa spinta che mi portò anni fa a farmi i miei 2 tatuaggi.

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