Anche se mi piace mostrarmi ai tuoi occhi, cosi come fa piacere a te vedermi nel mio stato confusionale da innamorato perduto, quando non riesco a dire le parole che vorresti sentire, come se ti appartenessero da sempre nel tuo corpo delicato, mi sento come uno di quei giocattoli a molla dei nostri passati da bambino, che dopo poche cariche non funzionavano più. Tutto quello che non so dire mi consuma lo spazio vitale che tende ad aumentare da te nella distanza irragiungibile della vetta più alta sul tetto della mia esistenza sessuale.
Sai dosare bene le parole come il barman usa le giuste parti di alcool per creare l’aperivivo del momento, la tua lingua è lo shaker e ogni bacio nasce per stordire l’avversario per metterlo Knokout.
Ma il gong suona sempre e prima o poi la rivincita sul ring della vita trova la sua strada, deboli si soffre ma la palestra della vita insegna a difendersi dall’avversario. Tutto quello che non so dimostrare si perde nei desideri rivolti alle stelle ogni volta che il tuo sonno smette di appartenermi per farsi corrompere da anime differenti, anche le donne sanno riconoscersi complici ambigue nel proprio meccanismo sessuale.
La tua è una danza continua premeditata per catturare amanti da portare nel bosco e ridurre a pochi esili sospiri di libidine, creata per arricchire una collezione che la noia trascina lentamente verso la necessità di variare i gusti di accoppiamenti promiscui. Conosci la tua libertà ma non ti senti la follia invadere l’anima.
Tutto quello che avanza di certi momenti vissuti con te lo rilego nelle cicatrici che mi hai lasciato ogni volta che ti ho cercato, dopo la prima volta. Lo metto da parte, custodendolo nella ferita sanguinante di un cuore disposto a perdere ancora pur di innamorarsi di nuovo.

Questo post nasce dall’ispirazione dettata da un pensiero pubblicato da La Daphne nel suo blog, evidenziato nel titolo. Il blog è: 140per10

Post del 30 aprile 2014, ripubblicato

Annunci