Tramonto

Ma che bello vedere il sole
anche dove il sole non arriva
e sentire il sapore del sale
anche se non andiamo al mare.
È proprio bello vederti arrivare
come la neve a Natale che non ti aspetti
e che bello vederti sorridere
come nei film di Charlot che cancellano i momenti tristi.
Bello perché sei bella tu
io questi occhi non li chiudo più
non posso perdermi un giorno ancora
lo spettacolo che sei anche il cielo si innamora
e diventa rosso la sera proprio come il cuore
lo chiamano tramonto ma secondo me è lì che aspetta la tua pelle da sfiorare.

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Sbattiamoci

Posso dire che non crederò mai a una violenza sessuale fatta da una donna verso un uomo? A meno che questa non gli strappi il pisello a mozzichi.

Quelli che restano

ELISA ft. FRANCESCO DE GREGORI
QUELLI CHE RESTANO
DE GREGORI
È che mi chiedevo se la più grande fatica è riuscire a non far niente
A lasciare tutto com’è fare quello che ti viene e non andare dietro la gente
È che mi perdevo dietro a chissà quale magia quale grande canzone in un cumulo di pietre
Sassi più o meno preziosi e qualche ricordo importante che si sente sempre

ELISA
È che mi lasciavo trascinare in giro dalla tristezza quella che ti frega e ti prende le gambe
Che ti punta i piedi in quella direzione opposta così lontana dal presente
Ma noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano
E gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore fino in fondo le vite che sfrecciano

DE GREGORI
E vai e vai che presto i giorni si allungano e avremo sogni come fari
Avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici degli animali

ELISA
È che mi voltavo a guardare indietro e indietro ormai per me non c’era niente
Avevo capito le regole del gioco e ne volevo un altro uno da prendere più seriamente

DE GREGORI
È che mi perdevo dietro chissà quale follia quale grande intuizione tra piatti sporchi e faccende
Tra occhi più o meno distanti e qualche ricordo importante che si sente sempre
Ma noi siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano
E gli occhiali li tolgono e con l’acceleratore fino in fondo le vite che sfrecciano
E vai e vai che presto i giorni si allungano e avremo sogni come fari
Avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici degli animali
E più di una volta e più di un pensiero è stato così brutto da non dirlo a nessuno

ELISA
Più di una volta sei andato avanti dritto dritto sparato contro un muro
Ma ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno

INSIEME
Ma ti sei fatto ancora più male aspettando qualcuno
Siamo quelli che restano in piedi e barcollano su tacchi che ballano
E gli occhiali li perdono e sulle autostrade così belle le vite che sfrecciano
E vai e vai che presto i giorni si allungano e avremo sogni come fari
Avremo gli occhi vigili e attenti e selvatici e selvatici selvatici
Siamo quelli che guardano una precisa stella in mezzo a milioni
Quelli che di notte luci spente e finestre chiuse non se ne vanno da sotto i portoni
Quelli che anche voi chissà quante volte ci avete preso per dei coglioni
Ma quanto siete stanchi e senza neanche una voglia
Siamo noi quei pazzi che venite a cercare
Quei pazzi che venite a cercare
Quei pazzi che venite a cercare
Quei pazzi che venite a cercare

Un sogno o un bisogno?

La scorsa notte ho fatto un sogno. Ultimamente ho sognato spesso,per quanto mi possa ricordare, scene ambientate nel mondo del mio lavoro, seppure con salti temporali fra luoghi e persone.
Stavolta no, quello che mi è rimasto impresso è un finale di smarrimento che non mi spaventa. Mi spaventa invece dover pensare che nei sogni è tutto più chiaro di come cerchi la risoluzione ai tuoi dubbi.
Più di quei sogni in cui finisce tragicamente per te sognatore, e ti svegli di soprassalto rendendoti conto che stai al sicuro nel tuo letto.
Ritornando all’ultimo sogno annunciato, la parte centrale, quella che ricordo vagamente, mi vede insieme ai vecchi compagni di un forum che ho creato anni fa (Diabolik) in giro per la città(dovrebbe essere Roma). Poi viene la parte crudele per quanto mi ha segnato nuovamente (o forse spento la mia illusione che giace nel limbo di un altro tempo), abbiamo preso un aereo tutto sgangherato per il viaggio di ritorno, con la paura che non potesse farcela, solo che magicamente tra uno scossone e l’altro questo aereo è diventato un treno che si è fermato a una stazione. Mi sono reso conto che era la stazione vicino casa mia, al che ho subito pensato di scendere, inutile fare il viaggio intero per poi ritornare indietro. Questo ho detto ai miei compagni di viaggio.
Sceso dal treno, alla stazione non c’è anima viva, mi rendo conto di aver lasciato i miei bagagli sul treno che è già ripartito, prendo il telefono cercando di comunicare con i miei ex compagni di viaggio. Fine del sogno.

L’amore è una guerra

(quattro anni fa questo testo è nato con la collaborazione di Nicole, ed ogni anno lo posto perché è semplicemente bellissimo)

C’è una guerra che distrugge sentimenti
dentro di me tra i miei flebili lamenti
immaginando come sarà difficile domani
cancellare ogni idea di stringersi le dita tra le mani.
C’è la paura di sentirsi soli in fondo al mare
in mezzo alla gente per cercarsi dentro al dolore
respirando come se l’aria stesse per finire
aspettare qualcuno che annulli la voglia di morire.
Ho paura dei legami
dei ricordi e dei temporali
temo ogni singolo pensiero
quanto è stato sbagliato fidarsi
incastrarsi
fra quegli sguardi persi
tra le sue labbra e i sorrisi
cosi indelebili
che mi hanno segnato il rimpianto
di non avergli detto mai per me sei tutto.
E ora infiammano il mio petto
le parole che non ti ho mai detto
fino a perdermi in uno scontro eterno
c’è chi la guerra ce l’ha dentro.

©unododici-Cos•tan(za)’s 2014

Una morte non sospetta (Diabolik inedito settembre)

N° 9
Data uscita: 01/09/2018
Pagine: 120

Soggetto: M. Gomboli – A. Pasini – M. Valentini
Sceneggiatura: A. Pasini – R. Finocchiaro
Disegni: P. Cerveglieri – G. Montorio – L. Merati
Copertina: M. Buffagni

Quando l’anziano conte Victor Croler muore improvvisamente, l’unico a dolersene è Diabolik, perché i gioielli che voleva rubare saranno ora dispersi tra gli eredi. E deve trovare a tutti i costi un modo per impedirlo.

Parlando della storia di settembre vorrei cominciare dal titolo, mi suona male questo gioco di parole sul vero modo di dire poliziesco. La copertina non presenta niente di eclatante, splash page su una normale realizzazione di un furto di Diabolik. Disegni che qua e la affogano.
Che cosa succede se Diabolik e Eva sono nel Bersen per fare un colpo? Che il caso vuole per la prima volta coinvolgere su un’indagine per omicidio il povero commissario Lester, con tutta la assoluta mancanza di esperienza su casi come questo. Anche i due criminali corrono troppo e le carte che volevano falsificare sono già dalla loro parte Storia articolata sulla solita eredità e nipoti che aspettano la loro parte dopo la morte del ricco Zio, fra cui gioielli a cui mira anche Diabolik, naturalmente. La cosa bella di questa storia sta nel fatto che si cerca un colpevole unico, mentre il caso vuole che quanto successo porti a scoprire che prima di un assassino ha agito un ladro. Scena cult a mio giudizio quella di Eva davanti alla televisione.

Busso alla porta della pietra

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Voglio venirti dentro,
dare un’occhiata,
respirarti come l’aria.

– Vattene – dice la pietra.
Sono ermeticamente chiusa.
Anche fatte a pezzi
saremo chiuse ermeticamente.
Anche ridotte in polvere
non faremo entrare nessuno.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Vengo per pura curiosità.
La vita è la sua unica occasione.
Vorrei girare per il tuo palazzo,
e visitare poi anche la foglia e la goccia d’acqua.
Ho poco tempo per farlo.
La mia mortalità dovrebbe commuoverti.
– Sono di pietra – dice la pietra
– E devo restare seria per forza.
Vattene via.
Non ho i muscoli per ridere.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Dicono che in te ci sono grandi sale vuote,
mai viste, belle invano,
sorde, senza l’eco di alcun passo.
Ammetti che tu stessa ne sai poco.

– Sale grandi e vuote – dice la pietra
ma in esse non c’è spazio.
Belle, può darsi, ma al di là del gusto
dei tuoi poveri sensi.
Puoi conoscermi, però mai fino in fondo.
Con tutta la superficie mi rivolgo a te,
ma tutto il mio interno è girato altrove.

Busso alla porta della pietra
– Sono io, fammi entrare.
Non cerco in te un rifugio per l’eternità.
Non sono infelice.
Non sono senza casa.
Il mio mondo è degno di ritorno.
Entrerò e uscirò a mani vuote.
E come prova d’esserci davvero stata
porterò solo parole,
a cui nessuno presterà fede.

– Non entrerai – dice la pietra.-
Ti manca il senso del partecipare.
Nessun senso ti sostituirà quello del partecipare.
Anche una vista affilata fino all’onniveggenza
a nulla ti servirà senza il senso del partecipare.
Non entrerai, non hai che un senso di quel senso,
appena un germe, solo una parvenza.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
Non posso attendere duemila secoli
per entrare sotto il tuo tetto.

– Se non mi credi – dice la pietra-
rivolgiti alla foglia, dirà la stessa cosa.
Chiedi a una goccia d’acqua, dirà come la foglia.
Chiedi infine a un capello della tua testa.
Scoppio dal ridere, d’una immensa risata
che non so far scoppiare.

Busso alla porta della pietra.
– Sono io, fammi entrare.
– Non ho porta – dice la pietra.

Wislawa Szymborska

Il tuo cielo è anche il mio

A Nicoletta ❤️

Non vedo più il sole nei tuoi occhi
ora solo nuvole fra un campanile privo di rintocchi
tu, la mia musa spenta da una tragica fatalità
ora una presenza chiusa nella fragilità.
Non posso cambiare il corso della vita
ora voglio imparare a difenderti dalla realtà spietata
tu, quel fiore reciso di ogni ramo d’amore
ora un cuore pieno di ricordi e nessuno da abbracciare.
Il tuo cielo è anche il mio
tra le stelle e i poeti
in cerca di parole nuove
racchiuse nelle mani fra i capelli
scritte nei silenzi dentro stanze vuote.

©ToniM2018

Viaggi fantastici

Pensavo a quei giorni in cui si andava per i campi, ancora belli in evidenza e magari con il verde macchiato dal grano che l’estate sposava il sole. Sdraiati si osservavano gli aerei passare immaginando viaggi fantastici in ogni parte del mondo, e ogni aeroporto era un bacio, così come le luci intermittenti al passaggio serale erano il passaporto per fare l’amore.
Oggi si parte veramente, qualcuno per andare a vivere in altri paesi, quegli aerei al loro passaggio in cielo non hanno più spettatori a restituire con la fantasia il senso del viaggio. Sempre meno prati e più guerre ci dividono da quei giorni.

Due luci

È una storia di notte, di stelle e luna, di parole spese bene e cornetti da dividere, fra cioccolato e crema.
E baci che si intrecciano, con bicchieri e sigarette, e mani che ti spogliano tra la musica alla radio, un assolo di chitarra, una macchina che passa vicino e suona, non mi sento più un bambino. Ecco, abbiamo provato l’amore urlando il piacere, e adesso ti vedo ancora più bella, qui davanti a me, non sei nuda mai con quelle due luci negli occhi.